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Dopo un anno di governo, ai romani non rimane che dire: brava Virginia, a Roma funziona tutto. O no?

Roma Raggi un anno di Giunta 2

Presentati i risultati della gestione a Cinquestelle di Roma a un anno dall’insediamento in Campidoglio. Assente l’assessore Massimo Colomban, che a breve lascerebbe la scomoda poltrona delle ‘Partecipate’, nonostante le polemiche politiche interne, l’assedio della magistratura, dimissioni e avvicendamenti nella squadra amministrativa, Virginia Raggi ha valutato l’operato della Giunta, dandosi un bel ‘sette e mezzo’. Ma i romani la vedono proprio così?

di Maurizio Ceccaioni

Se quella trascorsa è stata una settimana campale per Roma, questa in corso non sfigurerà certo sulle cronache quotidiane. Giorni che non saranno ricordati per l’analisi del voto che ha estromesso il M5s da gran parte dei ballottaggi nelle Amministrative 2017, o per l’ennesimo sciopero dei mezzi pubblici, che venerdì 16 giugno ha messo in ginocchio la Capitale. Perché per la Giunta Raggi, dopo l’approvazione anche in Aula Giulio Cesare della delibera e la parziale conclusione della vicenda, il vero problema di Roma pare sia stato quello dello stadio a Tor di Valle.
Orizzonte su Roma-01Ma un altro argomento non di poco conto, sta riempiendo le pagine dei giornali e animando l’agone politico di questo inizio d’estate: la presentazione del “bilancio” dell’operato della giunta Raggi, a un anno dall’insediamento in Campidoglio, dove con un voto plebiscitario l’avevano mandata centinaia di migliaia di romani speranzosi che la musica cambiasse.
Virginia Raggi, alla testa della Giunta, ma senza l’assessore alle ‘Partecipate’, Massimo Colomban che entro fine estate lascerebbe la scomoda poltrona, ha fatto un resoconto dei risultati ottenuti e delle cose fatte. Così, nel più classico cliscé della commedia all’italiana e secondo il detto popolare «Oste com’è il vino?», si è autovalutata, dandosi un bel 7,5 su 10. Come a dire che il 75 percento di quanto promesso nel programma elettorale, sarebbe andato a buon fine. Ma è stato proprio così?
Attesa fermata bus C. DOro

Di certo alla nuova Giunta non si stavano chiedendo miracoli e sicuramente governare una città come Roma, non è uno scherzo, con 15 miliardi di debiti ereditati da decenni di gestioni sciagurate di una devastante “non politica”. Ma che ci fosse un taglio col passato, come promesso, questo sì.  Perché se prima di annunciare omnia mundi Quanto semo stati bravi”, Virginia Raggi avesse consultato l’IX edizione dell’Indagine sulla qualità della vita e dei servizi pubblici locali a Roma (realizzata nel 2016 da Roma Capitale su dati Istat), avrebbe capito che la maggioranza assoluta dei romani (52%), non è proprio soddisfatta di come vanno le cose. Oppure, consultando la classifica annuale sulla qualità della vita (ItaliaOggi-Università La Sapienza nov. 2016), si sarebbe accorta che Roma è passata dal 69°posto del 2015 all'88° del 2016, con «livelli di qualità della vita gravemente insufficienti».
Roghi tossici dal campo via Salviati cdq Tor Sapienza
Magari la Sindaca non gira più molto tra la gente, altrimenti si sarebbe accorta del senso di abbandono che si respira nelle strade a pezzi, tra gli alberi che cadono, sui marciapiedi impercorribili, nelle ville storiche degradate, negli olezzi dei rifiuti non ritirati da Ama. Nei lampioni stradali accesi di giorno, alle fermate dei bus in attesa sotto il sole, sui mezzi pubblici, sporchi e affollati, nel dialogo sordo con un’amministrazione attenta solo a fare cassa, negli appelli dei quartieri assediati dai dai campi Rom, che respirano ogni giorno fumi alla diossina, grazie al mancato controllo del territorio. Ma principalmente, avrebbe sentito la gente rinfacciargli la continuità col passato, specie sul consumo di suolo pubblico.
P.Berdini
Quelle cose evidenziate quando era in giunta anche dall’ex assessore all’Urbanistica Paolo Berdini (foto a lato), che riferendosi al declino economico e sociale della città, ha ricordato durante un recente convegno, come questa situazione ha fatto sì che anche grosse società come Sky e domani Mediaset, se ne vadano da questa Roma. Una «Capitale sull’orlo del baratro» dove «Dai tempi di Marino ad oggi il problema di questa città è che ci si sta occupando solo dello stadio della Roma, con quell’idea scellerata per cui si può uscire dalla crisi solo con la speculazione fondiaria». «Questa è la cosa grave: siamo appesi allo Stadio della Roma», ha detto l’urbanista. Che ha poi ricordato a questa amministrazione, come loro stiano lì «per le persone che hanno creduto in un taglio netto col passato, mentre sta avvenendo proprio il contrario».

Ma anche le associazioni come Italia Nostra (nella foto sotto, Oreste Rutigliano, Mirella Belvisi, Maria Cristina Lattanzi) non glielo mandano a dire a Virginia Raggi e al Governo, ricordando in conferenza stampa con il neo presidente nazionale Oreste Rutigliano, che «Tutto quello che sta accadendo a Roma e a livello nazionale,è dovuto al cedimento della volontà politica».  
Italia Nostra-Rurigliano-Belvisi-Lattanzi RidChe sarebbe passata la «norma ad Pallottam», come ha definito la nuova Delibera Stefano Fassina, e che il soprintendente di Roma Francesco Prosperetti negasse il vincolo su Tor di Valle, era ormai cosa scontata, visto il peso di politica, banche e costruttori. Ma quel voltafaccia del M5s proprio non è piaciuto, con quei ‘Sì’ non scontati, che avranno sicure ripercussioni, in quel caleidoscopio di umanità che accomuna i sostenitori del movimento di Grillo e Casaleggio. Quei ‘Sì’ che fanno da contraltare ai tanti ‘No’ della campagna elettorale. A cominciare dalla mancata candidatura alle Olimpiadi del 2024, che catalizzò sul M5s, gli strali del mondo dello sport, di gran parte di quello politico e degli immancabili “signori del mattone”, con in testa Francesco Gaetano Caltagirone, che con la Vianini sperava nel completamento della ‘Città dello sport’ progettata da Santiago Calatrava per i Campionati di nuoto del 2009. Ennesimo monumento allo spreco di danaro pubblico, di cui Roma ha poco da vantarsi.
virginia-raggi Vanity FairAlla luce delle nostre dannazioni quotidiane, si vuole capire qual’è il confine tra la ‘buona fede’ dichiarata dalla Sindaca sulla vicenda “Marra”, e l’insipienza politica dimostrata in questi primi 365 giorni, a vedere le condizioni della città. Con quel voto che ha legittimato come ‘opera di pubblica utilità’ un progetto cassato da gran parte dal mondo dell’Urbanistica, a cominciare da Vezio De Lucia, che ha accontentato solo il trio Pallotta-Parnasi-Unicredit, che sulla valorizzazione di quell’area dell’agro romano conterebbero di fare cassa. Non con le volumetrie dello stadio, ma con quanto si realizzerà come commerciale/abitativo. Coi dubbi espressi dal ‘Coordinamento associazioni del Lazio per la mobilità alternativa’ (Calma), Italia Nostra e ‘Comitato salviamo Tor di Valle dal cemento’. Sia sulla futura mobilità, «Ancora tutta da capire», che sulla situazione finanziaria del Gruppo Parnasi/Euronova srl, che sarebbe indebitato per centinaia di milioni con Unicredit. «Chi pagherà se finiranno i soldi, il Comune? Cioè noi cittadini?» si chiedono. 
GRANCIO CRISTINA M5S ridUno scontro che negli ultimi 4 anni ha visto contrapposti sullo ‘stadio’, Pd e M5s dove, almeno per coerenza, ha visto vincere i Democratici. Perché, come sottolineato da un consigliere d’opposizione “sotto anonimato”: «Se la prima Delibera sullo stadio fu considerata dal M5s una forzatura del Consiglio comunale, questa loro è una vera porcata». Lui in commissione congiunta Urbanistica e Mobilità c’era e ritiene vergognoso il trattamento riservato alla consigliera Cristina Grancio (foto a lato) , «Sospesa da un movimento politico che ha fatto della trasparenza una sua bandiera, per aver chiesto chiarimenti per non sottoscrivere quel progetto al buio».
Ultima annotazione.Si dice che «Tanti galli a cantare non si fa mai giorno», ma a Campidoglio va bene così da sempre, tra un ‘Facimm’ammuina’ e qualche “sdegnosa presa di posizione”. Ma, come disse un rappresentante dei comitati e associazioni presenti a Campidoglio durante la discussione sulla Delibera, «L’incoerenza alla fine si paga». Così quello che probabilmente potrebbe invece accadere di nuovo a Roma, è che a sentire gli umori delle periferie romane, invece del noto hasthag su Twitter #Famostostadio, di questo passo, nonostante l’appoggio a “denti stretti” di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, piombato a Roma per dare le “ultime direttive”, si potrebbe arrivare a lanciare l’hasthag #Arifamostosindaco

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