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CATALOGNA: LEZIONE DI CIVISMO E DI ... REPRESSIONE

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Nonostante l’opposizione del governo di Madrid, le perquisizioni, le minacce, i catalani continuano la mobilitazione pacifica e si preparano a votare nel referendum per l’indipendenza

Alti funzionari della Generalitat arrestati e poi rilasciati, uffici delle istituzioni locali perquisiti a fondo, controlli statali sui conti del governo autonomo e blocco dei fondi, dopo che, nei giorni precedenti i sindaci catalani favorevoli al referendum erano stati raggiunti da avvisi di comparizione e tipografie e agenzie di stampa erano state ‘visitate’ dalla Guardia Civil alla ricerca di materiale compromettente, di urne e schede elettorali, mentre partivano gli attacchi ai siti web del governo autonomo catalano.

Era solo l’inizio. Negli ultimi giorni la situazione è precipitata: Barcellona è praticamente sotto assedio, mentre la cittadinanza è in mobilitazione pacifica. Non altrettanto pacifica la risposta dello Stato spagnolo: nei porti catalani file di mezzi della Guardia Civile e navi da crociera, tre battenti bandiera italiana, predisposte dietro ‘lauto compenso’ per ospitare i rinforzi arrivati da tutta la Spagna. I Mossos d’esquadra, la Polizia autonoma catalana, sono passati contro la loro volontà alle dipendenze di Diego Pérez de los Cobos, colonnello della Guardia Civil. L’accusa loro rivolta è di essersi mostrati eccessivamente passivi nei confronti dei manifestanti, come se la loro funzione fosse di scatenare violenze e non di impedirle.

In pochi giorni la Spagna è tornata indietro di oltre mezzo secolo, a metodi che la maggior parte dei cittadini avrebbero voluto dimenticare. E anche il nemico è di vecchia data: i catalani, spina nel fianco da secoli di governi che non hanno mai voluto capire la ricchezza rappresentata dalla diversità.

Il loro crimine, stavolta, è quello di aver indetto un referendum per l’Indipendenza dichiarato  incostituzionale dal TC (Tribunal constitucional, cioè la Corte costituzionale spagnola) su istanza di Madrid.

L’articolo 2 della Costituzione spagnola parla infatti di “indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli”, riconoscendo però “il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la integrano e la solidarietà fra di esse”. Peccato che il rispetto delle altre nazionalità e culture sia stato ignorato a tal punto che ogni regione viene considerata regione autonoma. Insomma: tutte autonome, ovvero nessun riconoscimento di specificità.

rse, però, i catalani non sarebbero mai arrivati a questi estremi, se non fosse stato per la miopia dello stesso Mariano Rajoy e del Partido Popular.

RCFPLS Catalogna lezione foto 4Nel 2006, infatti, il Parlament catalano prima, il Congreso spagnolo  dopo, e infine il popolo catalano con referendum votarono e approvarono il nuovo statuto autonomo catalano che andava a sostituire quello del 1979, ormai obsoleto. Per ottenere l’approvazione del governo Zapatero fu necessario giungere a compromessi, eliminando, tra l’altro, il riferimento a selezioni sportive nazionali, al trasferimento al governo autonomo della gestione di porti e aeroporti e alla costituzione della Catalogna come circoscrizione elettorale autonoma nelle elezioni europee.

Ebbene Rajoy e il Partido Popular presentarono un ricorso di otto punti al TC. Oltre all’autonomia fiscale, si ritenevano lesivi dei diritti degli spagnoli l’uso del termine di ‘nazione’ con riferimento alla Catalogna, il trattamento riservato alla lingua e poteri più ampi concessi a livello di amministrazione locale della giustizia.

La storia è lunga, ma da allora le relazioni sono diventate sempre più tese, soprattutto dopo la vittoria del PP alle elezioni del 2011. Anche la Generalitat ha le sue colpe, poiché, alla chiusura di Madrid, rispose con la radicalizzazione, rifiutandosi anche di sottoporre a nuovo referendum la versione riveduta e corretta dello Statuto, quella successiva al ricorso del PP: i catalani non l’avrebbero accolta e le  proteste avrebbero avuto da quel momento una legittimazione ‘costituzionale’. Tale voto non c’è stato e, in questo senso, sono i catalani che non hanno adempiuto al loro diritto di respingere lo statuto regionale.

Tuttavia né la posizione della Generalitat né la sentenza di incostituzionalità del referendum giustificano  in alcun modo la repressione in atto, degna più di ‘Tiranno Banderas’, dittatore maldestro  nato dalla penna del grande scrittore spagnolo Ramón del Valle-Inclán, che di un paese europeo democratico.

I catalani chiedono di votare e non sono sicuri che vinca il sì –  il referendum della Scozia ha mostrato che il timore del cambiamento e le incertezze che ne derivano può più dei sentimenti nazionali – ma chiedono di potersi esprimere: certo, questo referendum non è regolare, ma il governo spagnolo ha opposto una negativa a qualunque richiesta.

D’altra parte la campagna in corso da anni in tutto il Paese contro di essi, corroborata anche dalla stampa, li rende invisi alla maggior parte dei loro ‘connazionali’: le proteste, queste sì violente, dei sostenitori del PP contro un gruppo di politici spagnoli riuniti domenica scorsa a Zaragoza in cerca di una soluzione concordata e le odiose scene diffuse in rete di cittadini andalusi che acclamano la Guardia Civil in partenza per la missione repressiva in Catalogna ci dicono che non sono i catalani, o non solamente loro, a mancare di senso civico e di maturità: quale sarebbe dunque, per loro, l’incentivo a formar parte di un Paese che li disprezza?

In questi giorni ci saremmo aspettati una maggiore lungimiranza da parte delle autorità di Madrid; la situazione, invece, è stata portata al limite e non vogliamo credere che sia nella speranza che si scatenino violenze, come fanno pensare i reparti della Guardia Civil arrivati da tutta la Spagna. Ogni dichiarazione sembra volta ad approfondire la frattura, anche l’annunciata richiesta di aiuto al presidente Trump, in visita ufficiale a Rajoy nei prossimi giorni.

I catalani, moderati per vocazione, non sono disposti a raccogliere la provocazione e il presidente della Generalitat Carles Puigdemont raccomanda di mantenere la calma e di andare a votare. I giornali esteri li definiscono ‘separatisti’, ma molti sono semplicemente cittadini che vogliono difendere la propria dignità, indipendentemente dal voto che depositeranno nell’urna.

In questo senso vanno interpretate le ‘cassolades’ di protesta, tutti affacciati alle finestre a battere  all’unisono con cucchiai sulle puntole, o l’inno nazionale intonato dal pubblico e accompagnato dal grido “Votarem! Voteremo!” prima di una rappresentazione al Teatre del Liceu, o le mobilitazioni organizzate dagli studenti universitari e dai cittadini anche il 24 settembre, nel giorno della Mercè, festa patronale di Barcellona.

Chi ha visto con i propri occhi sa che le notizie riferite al pericolo di tumulti non corrispondono alla realtà, ma è ciò che arriva in tutto lo Stato.

Insomma, se Rajoy voleva che diventassero indipendentisti anche i più moderati, ci sta riuscendo. E il rischio è che, se domenica prossima i cittadini non potranno votare, il governo catalano, per quanto desautorato di poteri, procederà a una dichiarazione unilaterale di indipendenza (Dui) e tutto diventerà molto più complicato. 

Non sappiamo se essi potranno votare, perché la Guardia Civil è pronta a intervenire, ma i cittadini del resto del Paese, al di là della momentanea soddisfazione per lo smacco ai ‘polacchi’ (così vengono chiamati i catalani!), si rendono conto che un giorno questi stessi sistemi potrebbero essere usati contro di loro?

La situazione attuale è il frutto dell’assenza totale di buona politica. Anche il Psoe ha in parte tradito le attese: dopo l’era Zapatero, il partito socialista di Pedro Sánchez ha finora sostenuto il PP contro ogni richiesta di dialogo e di referendum concordato nel timore di perdere elettori nel resto del Paese. Solo in questi giorni, il partito sembra ritornato a più miti consigli, poiché la situazione è sul punto di sfuggire di mano.

Chi ha fatto sentire la sua voce nella denuncia della repressione in atto è la Chiesa catalana che ha  chiesto la mediazione di papa Francesco.  

Invece tace, incomprensibilmente e ingiustificatamente, Felipe VI ‘rey de todos los españoles’. Le ultime sue dichiarazioni sono quelle relative all’incostituzionalità del referendum, non una parola spesa per le violazioni dei diritti civili di questi giorni.

In tutto ciò non sorprende, dovremmo ormai dire, il silenzio dell’Unione europea, anche se qualche presa di posizione c’è stata, per lo più a favore della costituzionalità e della necessità di trattative, ma senza distinguo. La Spagna è un importante membro di essa e nessuno vuole rischiare di compromettere le relazioni, accettando i risultati di un referendum, soprattutto se il pericolo è che debba lasciare l’unione proprio la comunità più ricca e traino dell’economia spagnola.

Purtroppo la Catalogna è arrivata all’onore delle cronache politiche in un’Europa – di istituzioni e cittadini – impreparata,  che non conosce la storia dei paesi membri e ha ignorato il problema politico  senza prevederne gli sviluppi, un’Europa che per ignoranza e timore omologa tutte le rivendicazioni nazionali senza distinzioni, che troppo facilmente definisce ‘populista’ e ‘immaturo’ chi pensa in modo diverso, che altrettanto facilmente ammicca alla globalizzazione sociale e di pensiero in atto.

Eppure la Catalogna è la zona più europeista ed europea della Spagna, un’Unione senza di essa sarebbe una contraddizione.


Per un excursus fra le dichiarazioni più recenti di parte internazionale sulla violazione dei diritti dei cittadini in Catalogna: 

http://www.cataloniavotes.eu/en/international-statements-about-the-violation-of-civil-rights-in-catalonia-by-the-spanish-government/

 

 

Ultima modifica il Mercoledì, 27 Settembre 2017 13:29

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