Citare in apertura di questo articolo “Il diavolo veste Prada 2” permette di sfruttare lo sfondo su cui si svolge il film per dare un quadro sulla situazione dell’informazione così come viene ritratto nel 21° Rapporto Censis sulla Comunicazione “L’informazione nel mirino”. La carta stampata sembra proprio spacciata, che sia quotidiano, settimanale, mensile/periodico. Vanno bene solo la TV e le piattaforme social, Facebook in primo piano.

Quello che stupisce nell’attuale panorama dell’informazione/comunicazione è la tenuta della radio, anche perché chi scrive questo articolo è nato come giornalista proprio in una redazione radiofonica e nei decenni ne ha visto il declino come strumento giornalistico.

Nell’informazione di oggi ecco venir fuori l’orgia dei video, dei reel, poi la continua comparsa/citazione dei meme che hanno due aspetti: sembra che avvicinino le persone alle notizie ma, contemporaneamente – ecco il ridicolo – molti utenti non sanno cosa sono, né cosa vogliono dire.
Una AI, quella di Google, definisce i meme come… un elemento culturale (immagine, video, frase o comportamento) che si diffonde rapidamente per imitazione, diventando virale, specialmente sui social media. Spesso ironici, i meme rielaborano contenuti in modo umoristico, agendo come “geni culturali” che evolvono nella comunicazione digitale”.
“Geni culturali” sfuggiti dalla classica bottiglia magica, l’odierna realizzazione nel reale, nel mondo online, de Le mille e una notte.
Le intelligenze artificiali sanno come valorizzare: dall’antica fiaba ai social.

Lo studio del Censis è stato presentato a Roma il 28 aprile 2026, nei saloni dell'Accademia di San Luca grazie all'introduzione di Giorgio De Rita, segretario generale dell'Istituto di ricerca socio-economica.
Il Centro Studi Investimenti Sociali ha ribadito concetti ben precisi che pescano da dati di fatto e dalla rilevazione pubblicata nel suo Rapporto. Il ricordo dei 129 giornalisti uccisi nel 2025 evidenzia come il mondo attuale sia in balia di guerre, di violenza, come l’informazione sia in gran parte occupata dai fatti di guerra nel totale dei fatti quotidiani, ma la stessa “informazione è nel mirino anche perché appare apertamente imputata dall’opinione pubblica di partigianeria, di perdita di indipendenza (..) e di avere, in sostanza, tradito la fiducia implicita nella domanda di conoscenza dei fatti e il diritto delle persone ad essere informate”.

Tornando alla premessa iniziale,Il diavolo veste Prada 2”, prosieguo del primo film di gran successo, diretto da David Frankel, interpretato sempre da Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, ha come sfondo la tragica situazione che investe la la redazione dell’iconica testata di moda Runway. Muore lo storico editore mentre sta cercando di sostenere la celebre rivista ed ecco che il figlio, successore alla guida del gruppo, intende trasformare Runway. Il giovane neo editore è consigliato da giovani figure rampanti nelle più moderne vesti tecniche-editoriali-social tutte anglicismi che adottano un linguaggio sacerdotale-digital. Tutto questo porta a un’immediata riduzione del personale, a licenziamenti, alla graduale scomparsa della parte cartacea e a fare riferimento alle sole reazioni social/online per guidare la linea editoriale, per la scelta di cosa pubblicare.

Per restare alla realtà e alla situazione italiana, il destino paventato nel film sembra lo stesso verso cui sono – o sarebbero – indirizzate molte testate del Bel Paese (e non solo in Italia naturalmente).
Si comincia dai quotidiani, dalle forti riduzioni degli organici fra i giornalisti (già avvenute e in corso), dall’impoverimento se non annullamento di figure chiave come i correttori di bozze. È una continua eliminazione delle figure professionali in grado di garantire il corretto trattamento delle notizie e della loro rappresentazione al lettore. Un processo già avviato da circa trent’anni. Il tutto accompagnato dall’annullamento degli investimenti nella capacità di comunicazione delle testate dirottando tutto in un’unica direzione: economizzare all’estremo e buttare tutto nel wateronline senza controlli efficaci o, addirittura, forse diretti al futuro controllo/influenza dell’AI.
Del resto l’editore puro è una specie praticamente estinta.

La comunicazione fotografata dal Censis: il 21° Rapporto, “L’informazione nel mirino”

Il quadro dipinto dal 21° Rapporto Censis sulla Comunicazione non è così dissimile da tutto quel che è stato appena descritto. Forse la relazione “L’informazione nel mirino utilizza un linguaggio meno crudo e spietato, meno definitivo, ma il senso non è così differente.

Il comportamento degli utenti, di chi utilizza mezzi attuali per la comunicazione e per informarsi, detta il destino dei molti canali a disposizione. Dal fronte di chi fa informazione professionalmente non si tenta neppure più di guidare, di far comprendere dove dimora la qualità delle parole, dei pensieri espressi, delle notizie, presi invece dalle battaglie pseudo ideologico-politiche, in stile social. Si segue il flusso dei sentiment dettato da altre forze in campo, a caccia di like, cuoricini e visualizzazioni. La gente sembra aver perso la rotta creando una realtà dettata dal fai da te.

L’utenza in gran parte non si affida più alla professionalità del settore per capire e per conoscere: giudica sbrigativamente chi si è preparato nella teoria e nella pratica, studiando e lavorando nel mondo dell’informazione. Vista la situazione oggi, sorge una domanda plurima. Per un intervento ai denti, fareste da soli o vi affidereste a un dentista? Per un viaggio in aereo vi mettereste ai comandi o lascereste fare a un pilota professionista? Per i calcoli statici di una casa da farvi costruire, preparereste da soli il progetto o lo fareste redarre da un ingegnere edile per evitare che la costruzione vi crolli addosso?


Purtroppo sulla comunicazione e sull’informazione i ragionamenti sono molto più elementari, basici, il giudizio sui professionisti del settore è estremamente dettato da generalizzazione, senza vero senso critico, riducendo casi specifici a regola generale. Il giornalismo, quindi, tutto etichettato come non equidistante, sviato da interessi politici ed economici. Giudizi semplicistici che consegnano molti utenti a strumenti informativi inadeguati e non garantiti da professionalità, però ammantati di “modernità”.

Fa comodo a molti potentati politici ed economici la migrazione della gente verso sistemi di comunicazione e informazione non strutturati e non offerti da professionisti del settore.

Pensateci…


Il Censis evidenzia la supremazia del digitale, i numeri non mentono: gli italiani si informano per il 90% online.

Sembra che sfogliare le pagine cartacee sia troppo faticoso e poi i giornali di carta in mano, addosso o negli zaini occupano forse troppo spazio, pesano, anche se nel quotidiano rito della palestra si sollevano ben altri pesi o si sgambetta tutti in gruppo fino a consunzione completa in grandi sudori.
E poi, mentre si legge il cartaceo, gli occhi cambiano focale a ogni rotazione di pagina dando origine e contribuendo a un fenomeno noto che stimola la capacità di memorizzazione: è un evento legato alla natura fisica del mezzo rispetto ai supporti digitali; l'edizione fisica di carta e la rotazione delle pagine sono connessi al modo in cui gli occhi e il cervello elaborano le informazioni lette sulle stesse pagine; il passaggio fisico da una pagina all'altra e la navigazione spaziale (sopra/sotto, destra/sinistra), aiutano il cervello a creare una “mappa mentale” del testo (Istituto Chamex, link).

Gli smartphone dominano a quota 89,3% come mezzo utilizzato e i social network con l’85,3% ne trainano l’uso.

Molta la prudenza e tanto lo scetticismo sull’intelligenza artificiale, il 61,6% degli italiani non si sente a suo agio nel prendere un’informazione o una notizia generate solo dall’AI per paura di possibile disinformazione o fakenews (34,8%) e preferisce dare rilevanza a un prodotto creato dagli uomini (26,8%).
C’è invece un 38,4% di utenti che sarebbe propenso ad accettare comunicazioni non umane. Di questa fetta di persone, il 30,1% lo farebbe, ma a patto che i contenuti siano prima controllati da esseri umani.

La TV rimane centrale ma si sdoppia, la visione televisiva via internet cresce al 62%, mentre la mobile tv si attesta al 38,6%. Resta una decisiva distinzione tra lineare e on-demand, però il telegiornale non va bene alle fasce giovani, semmai resta fondamentale per i più grandi d’età e gli anziani (67,4%).

Per la comunicazione nei social network, nelle piattaforme e nei servizi online vince WhatsApp che conquista il primo posto sia fra l’utenza complessiva che fra gli habitué.
WhatsApp è intorno all’88% ed è il preferito fra le età dai 14 ai 64 anni (percentuale che scende appena, all’84-85%, fra gli utenti abituali), un intervallo ampissimo come fascia sociale, desiderato dall’86,1% della popolazione (82,7 fra gli utenti continuativi).

Facebook è al secondo posto nella stessa classifica sugli utenti complessivi, grande preferito nell’80,8% della fascia 30-44 anni (70,4 fra gli utenti abituali), seguita dal 73,3% dei 45-64 anni (62,2 fra gli utenti abituali), desiderato dal 66,9% della gente (56,1 fra gli utenti abituali).

Lo strumento YouTube è terzo in classifica col 63,3% della popolazione utente, arriva a quota 79,6% fra i giovani 14-29 anni.

È seguito da TikTok, prediletto dal 64,5% dalla stessa fascia d’età giovanile.

Instagram si piazza dopo i primi tre, ancora molto attrattivo per i giovani dai 14 ai 29 anni anche se lo preferiscono un po’ meno rispetto a un anno fa, la loro percentuale si è ridotta al 74,8% perdendo 3,3 punti.

Nell’online si manifesta un cambiamento, da capire se sarà una tendenza consolidata: sembra che l’epoca degli influencer stia registrando una crisi.
Infine, i video online sono sì molto cliccati, sono i prediletti, ma il 39,8% degli utenti social li osserva con estrema superficialità.

Il fenomeno libri… la gente ne chiede di più

Cresce l’acquisto dei libri, diventa complesso capire come questa tendenza si incastoni nella situazione generale, ma sta accadendo. Nel 2025 il 42,4% degli italiani ha letto almeno un libro cartaceo, questo è il dato stimato per il settore, con un aumento di 2,3 punti percentuali rispetto ai 12 mesi precedenti.
Stabilità per gli e-book attestatisi a quota 13,8%.

Il fenomeno Radio

Secondo le rilevazioni Censis il 78,4% degli utenti utilizza e vuole la Radio. Proprio vero. è così e i canali di ascolto radiofonici restano stabili nel loro rapporto reciproco.

L’autoradio è la più preferita col il 70% di preferenze, sale di 1,2 punti percentuali rispetto al 2024. Attenzione però che molte case automobilistiche sembrano offrire sempre meno dispositivi radiofonici di serie nelle automobili, prediligendo la connessione con gli smartphone e la Rete: come si concilia con la predilezione della gente? Guiderà nel futuro prossimo la scelta del mezzo d’ascolto?
Intanto il 46,8% degli utenti continua ad ascoltare la radio in modo tradizionale.
Sull’ascolto digitale, infatti, il mezzo principe è lo smartphone che innalza la quota degli utilizzatori, raggiungendo il 28,2%.
La radio puramente da internet resta al 18%.

Il fenomeno dei “reel” e dei “meme”, l’Infotaiment

È evidente anche viaggiando online che per molta gente – il dato: sette su dieci utenti social – i “reel” siano vitali nel mondo dell’informazione, anche se il 23,6% di loro li ritiene superficiali e il 21,3% li considera semplici distrazioni. Il 18,6% dei frequentatori online e dei social predilige i reel per la loro immediatezza (18,6%) e per la capacità di coinvolgere (13,1%).
Dal canto loro, può sembrare assurdo, ma i “meme” vengono visti come diffusori di notizie per il 22,6% degli utenti (di questi il 31,1% è fatto da giovani fino ai 30 anni): molti di questi sono venuti a sapere di fatti di attualità o di politica grazie ai viralissimi meme.
Però, il 36,6% degli italiani che viaggiano su internet e che si informano online/social, non sa cosa sia un… meme.

I media digitali

Crescono di una frazione di punto, lo 0,3% portando la quota totale degli affezionati dei media digitali al 90,4%. Segno evidente di saturazione.

Carta stampata e il giornalismo online? Una pena infinita…

Partiamo dal peggio. I quotidiani cartacei nel 2025 hanno raggiunto il punto più basso con il 21%: hanno perso ben 46 punti percentuali in soli otto anni, dal 2007. La loro situazione è orribile, ma in genere gli editori nulla hanno fatto di concreto per potenziali e innovarli dall’anno 2000. Troppo tempo perso con il nulla.

I mensili se la vedono meno peggio, ma sempre male, visto che i loro lettori vanno giù dell’1,1% e la loro fetta totale di utenti è dimagrita al 15,8%.

Stabili i settimanali al 18%.

Sempre nel segno della stabilità la quota dei lettori per i quotidiani online che perdono solo lo 0,5% degli affezionati scendendo al 29,9%.

Pronunciata contrazione per siti web di informazione che perdono 4,3 punti percentuali calando alla quota totale del 56,7%.

Di Giuseppe Grifeo

Giornalista professionista, nato e maturato terrone, avi terroni, vivente e scrivente. Passione per: astronomia, egittologia, storia - antica e medievale in particolare -, leggende, enogastronomia e la mia Sicilia. Curioso, indagatore, ficco il naso... con eleganza

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