Pietralata, quartiere di Roma, appartamento su via dell’Antracite, all’arrivo dei Carabinieri in quella casa oltre allo strazio dei due genitori, della bimba di cinque anni, tutti e tre morti violentemente, i militari hanno trovato altro. Tutti hanno finito di vivere per un colpo della pistola, arma trovata accanto al letto dei due, a terra vicina a Luca Abbasciano, il marito, il padre. Ma oltre ai corpi di papà, mamma e figlia e a quello senza vita del loro cane, Teo, ucciso nello stesso modo, i Carabinieri hanno trovato il racconto di un grave disagio, un messaggio di morte. Quell’appartamento ha narrato un’esistenza che negava se stessa nel suo proseguimento. Tanti biglietti, lettere e appunti scritti dai due genitori, pezzi di vita scritti, messaggi di solitudine, del non sapere come andare avanti, non sapere come garantire alla bambina quello di cui aveva bisogno. La piccola era affetta da una grave disabilità.

Per le sue condizioni la piccola Bianca aveva bisogno ci continue cure. era affetta da una paralisi celebrale, ritardo motorio e cognitivo, epilessia, tutto fin dalla nascita. Nata prematura, non parlava, non riusciva a ingoiare, non camminava, E i due genitori hanno scritto che da soli non ce la facevano più. Tre viaggi in Messico, ognuno dal costo di 100.000 euro. Di questi una gran parte, 70.000 euro, erano destinati alla sola terapia che durava un mese. La speranza che così potesse guarire. Tantissimi soldi.
Denaro che però non avevano più.
Non vedevano una via d’uscita.

Luca Abbasciano, Valentina Pambianco, la figlia Bianca e Teo il loro cane.

La rabbia è adesso proprio sulla solitudine e mancanza di sostegno a questa famiglia, gli enti avrebbero potuto capire cosa covava sotto la cenere della distruzione psicologica di questa famiglia, forse sarebbe stato possibile capire e precedere l’ultimo gesto di annientamento, evitare che ponessero fine alla loro vita.

Restano solo domande, dubbi, profonda inquietudine. Sarebbe stato evitabile?

Il quadro dato dai vicini ritrae una famiglia apparentemente normale, li vedevano in una serenità leggibile mentre passeggiavano o quando li incontravano per strada.

A questo punto dobbiamo chiederci se non siamo più capaci di leggere gli altri, se diventa impossibile farlo in una metropoli ultra dispersiva come Roma o se chi ha gravi disagi sia capace di nascondere in maniera incredibile il proprio male.

Eppure i servizi sociali seguivano la famiglia, era in atto anche un sostegno economico, raccontato dal Comune e dal presidente del IV Municipio. Eppure nei loro messaggi la famiglia ha sottolineato la mancanza di questo aiuto e raccontava di una grande solitudine.
Sembra che uno dei genitori soffrisse di depressione. Che sia proprio questo il punto nodale?
La maledetta depressione, incastonatasi dolorosamente in questa situazione così vicina al tracollo di questa famiglia, potrebbe aver fatto scattare la decisione di farla finita, di premere il grilletto di una pistola?

Nulla di tutto questo era prevedibile?

Troppe domande.
Porsele sarebbe come rimestare in quel dolore, in quel sentirsi inadeguati di quei genitori. Il rischio che questo ragionamento potrebbe passare per speculazione giornalistica.
Per quanto mi riguarda è stato naturale farmi e porgervi queste domande. È stata conseguenza di quanto ho vissuto direttamente dopo trent’anni di lavoro giornalistico e di cronaca a Roma, città che mi ha mostrato un’enormità di situazioni differenti tra loro, dolorosissime, ma anche di gioia, sconfitte e vittorie, fino alle conseguenze più gravi che mi hanno mostrato vari aspetti della morte.

Devo farmi domande.

Domande che in altri dovevano arrivare prima, molto prima, per trovare possibili soluzioni e scoraggiare lo scatenarsi di una tragedia, di questa tragedia.

Questa riflessione deve spronare gli organismi sociali preposti a rivolgere uno sguardo più attento, anche lì dove chi sta male riesce a dissimulare bene il suo profondo malessere,. Quindi sondare, domandare, dialogare senza posa quando una situazione è palesemente complessa.

Vero è che i professionisti che lavorano nel settore, nei servizi sociali e in tutti gli organismi previsti, devono affrontare una casistica enorme, sono dolorosamente insufficienti per numero e per mezzi, soprattutto in una mostruosità gigantesca come Roma, città così enorme da poter racchiudere nei suoi confini ben sei delle più grandi città d’Italia.

C’è molto su cui riflettere, tanto su cui ridisegnare la nostra società, il nostro mondo, ma non parlo del pianeta intero, non sono così folle. Bisogna iniziare nella realtà che ci circonda da vicino. Mi riferisco alla nostra vita quotidiana, lungo le strade che ci sono familiari, i nostri quartieri, i nostri palazzi che sono più un insieme di porte anonime, di vicini di casa praticamente sconosciuti con i quali è già un miracolo scambiarsi un accennato saluto se incontrati per le scale o in ascensore.

C’è molto da fare e da insegnare subito a chi ci segue in questa vita…

Il vero e primario investimento oggi è nelle famiglie di qualsiasi tipo siano. Essere vicini, sostenere, conoscersi.

Di Giuseppe Grifeo

Giornalista professionista, nato e maturato terrone, avi terroni, vivente e scrivente. Passione per: astronomia, egittologia, storia - antica e medievale in particolare -, leggende, enogastronomia e la mia Sicilia. Curioso, indagatore, ficco il naso... con eleganza

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