Un documentario con la regia di Simone Godano, realizzato in occasione dei 60 anni dello storico difensore che fu un’icona dell’AS Roma, tra ricordi di famiglia e i momenti più belli vissuti nella Capitale
di Maurizio Ceccaioni
Si dice fin da bambini che se sei romano devi tifare per la squadra di calcio che dà il nome alla sua città e nel nostro caso è la Roma. Una squadra che fa spesso soffrire ma che la porti dentro il tuo Dna nonostante tutto, perché come amava dire il famoso attore, cantante e autore Renato Rascel, «La Roma non si discute, si ama». Una frase diventata un mantra, che Rascel pronunciò dopo la prima e unica retrocessione in Serie B della squadra giallorossa, nella stagione 1950-1951.
La tifoseria romanista ha incoronato nel tempo nuovi re e imperatori, come Fulvio Bernardini, Giacomino Losi, Manfredini, De Sisti, Di Bartolomei, Conti, Ancelotti, Giannini, Falcão, Pruzzo, Balbo, Batistuta, Totti o De Rossi. Ma Aldair ve lo ricordate? Già, Aldair. Ma come dimenticare quel ragazzo alto e magro con tanti capelli? Un difensore classe1965 venuto alla Roma grazie al presidente Dino Viola, su richiesta dell’allenatore Ottavio Bianchi, esordendo il 5 settembre 1990 contro il Foggia. «Quando sono venuto in Italia con Viola e Bianchi ho trovato una mentalità diversa da quella del calcio brasiliano», ha raccontato Aldair durante la conferenza stampa fatta dopo la proiezione in anteprima presso il cinema Barberini la mattina dello scorso 13 maggio.

Nella Roma c’è poi rimasto dal1990 al 2003, indossando la maglia coi colori della nostra città fino a portare al braccio la fascia di capitano dopo Balbo, per poi consegnarla al giovane Francesco Totti nell’ottobre 1998. Ci rimase per 13 stagioni, fino a quel 24 maggio 2003, quando alla fine della partita contro l’Atalanta, abbandonò il campo in lacrime per quello che lui credeva fosse l’ultimo abbraccio col popolo romanista, che invece l’ha custodito sempre nel cuore. Sul ricordo di quel giorno Aldair ripete le parole che gli disse Falcao: «Un calciatore muore sempre due volte: la prima quando lascia il campo e la seconda quando ti chiama Dio».

Aldair Nascimento do Santos, o più semplicemente “Aldair”, si presentò a Roma con un curriculum di tutto rispetto provenendo dal Benfica, con cui disputò in Austria la finale di Coppa dei Campioni (oggi Uefa Champions League), poi vinta per 1-0 dal Milan. Se nell’immaginario collettivo “Pluto” è quel cane bonario e fedele, noto personaggio di “Topolino” della Walt Disney, per i tifosi romanisti “Pluto” fu il soprannome che gli fu assegnato subito, come da tradizione. Ma il pacifico e magrissimo “Pluto” in campo si trasformava in un lupo, bloccando con eleganza gli attacchi avversari grazie al senso innato della posizione, o realizzando gol spettacolari che non ci si sarebbero aspettati allora da un difensore con il numero 6 sulla maglia; quella che dal suo ritiro non è stata più assegnata a nessuno.
Con la Roma ha collezionato 420 presenze in totale, è stato inserito nella Hall of Fame giallorossa, ha vinto il terzo scudetto nella stagione 2000-2001 (allenatore Fabio Capello), una Coppa Italia nel 1990-1991 e una Supercoppa nel 2001. Con la nazionale brasiliana ha vinto la Coppa del Mondo nel 1994, proprio nella finale contro l’Italia.

“Alda” – come lo chiamavano i compagni di spogliatoio – nonostante la sua timidezza e quel carattere bonario era un leader: in campo, nello spogliatoio e nella vita. Quella che, come per tanti ragazzini delle favelas brasiliane, comincia con una rapida salita che spesso porta verso il lato oscuro della società. Nato in una famiglia poverissima e molto numerosa a Banco da Vitória, nel distretto di Ilhéus, un comune del Brasile nello Stato di Bahia, Aldair ha potuto seguire una retta via grazie agli insegnamenti della madre e del padre, venditore di cocco e grande appassionato di calcio e che l’ha sempre seguito dandogli consigli, dal trasferimento a Rio de Janeiro alle giovanili del Flamengo a 16 anni dov’è rimasto dal 1986 al 1989. Poi un anno al Benfica e infine Roma.

«Il primo giorno che ho incontrato Alda – ricorda il regista Simone Godano– eravamo in un ristorante di San Giovanni assieme a una decina di persone tutte coinvolte nel progetto. Alda è rimasto silenzioso tutto il tempo e non si capiva se a suo agio oppure no. Ma quel silenzio è unico – come poi ci hanno confermato i suoi compagni di squadra– perché racconta più di mille voci e mille parole. Alda è così, per questo gli vuoi bene».
Anche se non di nascita, Aldair romano c’è diventato e romanista è rimasto e non ha dimenticato quell’affetto, come si vede nel documentario, che ha infine lasciato molti dei presenti con gli occhi lucidi. Poi, rispondendo alle domande dei giornalisti, “Pluto” confessa che gli fu fatta anche un’offerta dalla Lazio, che lui rifiutò per attaccamento alla maglia. Poi, parlando della squadra attuale dice «Con questo allenatore vedo una buona Roma. La squadra c’è ma bisogna lavorare sui giovani».

Come dimenticare questo sessantenne che – come dice il regista – «Sembra ancora un ragazzo di vent’anni. Ma la domanda che mi sono portato a casa dopo la cena a San Giovanni – ricorda Godano – è stata: come farci un documentario?». Il nome dello scrittore romano e romanista Sandro Bonvissuto, che ha poi di fatto seguito e intervistato Aldair durante tutte le riprese, è saltato fuori casualmente guardando una sua intervista You tube, ricorda il regista e «L‘ho chiamato per rappresentare tutti i tifosi della Roma e raccontare Aldair».
«Il nostro film – continua – vive chiaramente della leggenda sportiva, il mondiale col Brasile e soprattutto i 13 anni alla Roma culminati con lo scudetto. Ma è nell’incontro con la famiglia, con la Comunidad de Banco da Vitória, col fiume dove si procuravano cibo e il campetto dove ha dato scalzo i primi calci al pallone che scopriremo veramente chi è Aldair – dice Simone Godano – convinti alla fine del viaggio di una cosa: finché ci sarà un campetto dove i bambini potranno giocare ci sarà sempre una leggenda come Pluto Aldair».

Aldair ripercorre con Bonvissuto la sua infanzia, davanti alla sua casa natale e al campetto dove ha imparato i principi base del calcio, oggi fatto sistemare a sue spese ma un tempo pieno di buche e dove si giocava a piedi scalzi, come accade ancora tutt’oggi. Poi il primo paio di “scarpini” a dieci anni e il ricordo del dramma di quel primo pallone che gli regalò la mamma ma che si bucò subito.
Si vede il fiumiciattolo «Dove si andava a pescare per fame», il baretto di famiglia gestito da un fratello, le povere case. Dalle interviste dello storico amico Roberto Rodrigues e del fratello Clodoaldo Ferreira Lima, emerge tutto l’orgoglio per questo uomo che non ha mai dimenticato le sue origini, ritornando ad essere la persona semplice di sempre e che si emozionò quando scoperse che la piccola via di casa sua era stata intitolata a lui.

Aldair non è stato solo un calciatore e un campione, ma prima di tutto un uomo, considerato uno dei difensori più forti di sempre e un esempio di stile e correttezza dentro e fuori il terreno di gioco. Una persona che, nonostante il successo, alla chiusura del suo ciclo calcistico nel 2009, dopo il Genoa e prima di attaccare gli scarpini al chiodo, finì a giocare per divertimento nel Murata, una piccola società calcistica di San Marino. Però, anche dopo il suo ritorno in Brasile, confessa che passa gran parte dell’anno nella sua casa nella periferia romana incontrando gli amici di sempre.
“Aldair. Cuore Giallorosso”, nelle sale cinematografiche di tutta Italia dal 21 maggio, è un documentario di 80 minuti dedicato allo storico difensore brasiliano icona dell’AS Roma, che racconta non solo la sua carriera straordinaria, ma soprattutto quel legame profondo tra un uomo, la squadra e la città che lo ha accolto. Un viaggio che attraversa il calcio per parlare di appartenenza, memoria e passione.

Come già ricordato, a guidare la narrazione è lo scrittore Sandro Bonvissuto, che da tifoso romanista ha intrapreso un viaggio tra Italia e Brasile per ricostruire le radici, la carriera e l’identità di un calciatore unico nel suo genere, dalle spiagge di Rio de Janeiro fino ai luoghi simbolo della Città eterna.
Per la realizzazione del documentario si sono usate immagini d’archivio, materiali inediti e testimonianze esclusive di grandi protagonisti del calcio e del mondo giallorosso, dirigenti, giornalisti e volti legati alla storia dell’AS Roma come Ricardo Gomes e Zico, i compagni di squadra Francesco Totti, Damiano Tommasi, Cafu, Christian Panucci, Angelo Peruzzi, Enrico Annoni, Vincent Candela, Giuseppe Giannini e Marco Delvecchio. Ma anche di Fabio Capello (allenatore AS Roma dal 1999 al 2004), dei giornalisti Paolo Assogna (Sky Sport) e João Guilherme Carvalho (Flamengo TV), di Rosella Sensi (ex Presidente AS Roma), Riccardo Viola (figlio dell’ex presidente Dino Viola), Fabrizio Lucchesi (ex DG) e di un grande tifoso come Carlo Verdone.

La regia è di Simone Godano; per le musiche, Piotta e Stefano Ritteri. La voce narrante è di Claudio Amendola. Dal 13 maggio è disponibile su tutte le piattaforme digitali il singolo “Aldair”, sigla musicale theme song realizzato per accompagnare le immagini del documentario. Interpretata e scritta da Piotta e prodotta con Francesco Santalucia, con il contributo nelle immagini di Aldair e i musicisti brasiliani Neney Santos e Rogério Perri. Radio partner, Radio Rock.
Materiali e foto “nexogestione” sono stati forniti da Ufficio Stampa Parole & Dintorni
Per l’Elenco delle sale e biglietti in prevendita: nexostudios.it