«No, signor Presidente, italianu unni sacciu! Sugnu zero d’italianu! E comu mi fici matri natura parlo. Si mi capita, quaccheruna ci a’ mettu», disse il pentito Totuccio Contorno durante il Maxiprocesso a Cosa Nostra…

Ieri sera, presso il “salotto culturale” dell’Istituto Ottico Fios in Via del Viminale 41-43 a Roma, davanti a un pubblico selezionato è stato accolto l’ex Presidente del Senato e magistrato antimafia Pietro Grasso per la presentazione del suo libro “U Maxi: Dentro il processo a Cosa Nostra”. A moderare la presentazione, cercando d’intromettersi nelle rare pause della focosa e sentita narrazione dell’autore, la giornalista Rossella Santilli, per anni inviata del TGR Lazio.
Nell’introduzione il Presidente Grasso ha voluto fortemente ringraziato dirigente e insegnanti dell’Istituto Comprensivo Francesca Morvillo di Roma, per il loro impegno sul tema della legalità. Al ritorno da Roma e diretta a Palermo, la magistrata Morvillo morì il 23 maggio 1992 assieme al marito Giovanni Falcone e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, nella Strage di Capaci, l’attentato compiuto da “Cosa Nostra” sull’autostrada A29. Da allora il 23 maggio è diventato la Giornata della Legalità.

Rossella Santilli e Pietro Grasso nell’introduzione a U Maxi:
Dentro il processo a Cosa Nostra

Anche se potrebbe sembrare un romanzo, “U Maxi: Dentro il processo a Cosa Nostra” è un saggio storico scritto in prima persona e raccontato per aneddoti ai presenti come “voce narrante”, da colui che, lavorando a stretto contatto con colleghi e amici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fu uno dei principali artefici del primo vero capitolo della lotta alla mafia. Un resoconto documentale sulla storia di un periodo che ha visto le strade di Palermo insanguinate dalla seconda guerra di mafia scoppiata tra il 1981 e il 1984 tra i Corleonesi e le famiglie di Palermo, che fece circa un migliaio di morti.
Memorie e testimonianza civile di quello che fu il Giudice a Latere del primo e unico Maxiprocesso a Cosa Nostra, al quale si arrivò grazie a quel pool antimafia ideato dal capo dell’Ufficio Istruzione Rocco Chinnici e coordinato da Antonino Caponnetto, assieme a magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Lavoro certosino di magistrati che decisero di dedicare un periodo della loro esistenza – e talvolta anche la vita – alla legalità, per ridare dignità alla loro terra, la Sicilia di quegli anni, in cui per molti in la mafia non esisteva.

Il presidente Grasso durante la presentazione alla Fios

Pietro Grasso seguì tutte le fasi di quel sogno diventato realtà, a partire dal giorno che con una telefonata fu convocato nel suo ufficio dall’allora presidente del Tribunale di Palermo Franco Romano mentre era in spiaggia con la famiglia, per ricevere l’incarico di giudice a latere dopo la “rinuncia” di altri colleghi della sezione penale del Tribunale di Palermo. Infatti fu un’impresa ardua arrivare a comporre nell’autunno del 1985 la Corte d’Assise per il Maxiprocesso, per le “penose indisponibilità” accampate da magistrati e membri della giuria popolare. Cavilli formali e certificati medici per improvvisi problemi di salute per malanni di ogni tipo, per evitare quell’incarico che in quei tempi avrebbe potuto significare una condanna a morte per loro e i familiari. Addirittura – come racconta Grasso – dopo il rifiuto di dieci magistrati interpellati per ricoprire il ruolo di presidente della Corte d’Assise (che con il giudice a latere avrebbe guidato il processo), ad accettare fu Alfonso Giordano, giudice fino ad allora presidente della Sezione civile del Tribunale di Palermo.
Grasso ha descritto con dovizia di particolari i momenti che seguirono all’assegnazione dell’incarico, dall’annuncio dato alla moglie che gli fu solidale, perché «Mentre io facevo giustizia nelle aule, lei faceva lezioni di legalità nelle scuole», alla costruzione dell’aula bunker fino all’estensione della sentenza definitiva contro 346 dei 460 imputati rinviati a giudizio, scagionando i restanti perché non si era potuta dimostrare la loro responsabilità «Al di là di ogni ragionevole dubbio». Momenti di riflessione rotti da aneddoti curiosi e talvolta umoristici avvenuti durante le fasi del processo. Di quando Falcone gli aprì una porta e si trovò davanti a quattro livelli fitti di faldoni da scartabellare per preparare il processo e dell’aiuto che gli diede Borsellino, dandogli un suo vademecum per orientarsi in quel mare di carte, talvolta inutili.

Pietro Grasso mostra con orgoglio l’accendino di Giovanni Falcone

Come quando entrando in aula il primo giorno si trovò davanti al muro nero delle 200 toghe indossate dagli avvocati della difesa; oppure quel divieto assoluto di cucinare pesce e gamberi imposto al cuoco esterno che preparava all’interno del bunker dell’Ucciardone le vivande per la giuria, in clausura nella Camera di Consiglio per 35 giorni. Quotidianamente si comunicavano i menu con una lavagnetta e qualcuno segnò «Gamberoni». Non uno sfizio, ma almeno una piccola soddisfazione per il palato per chi era costretto a vivere e dormire lì senza contatti con l’esterno. Entrando durante il pranzo, il presidente Giordano fiutò l’odore e vedendo cosa si stava consumando fece una ramanzina velata di moralità sui costi sostenuti dai cittadini per quei gamberi, chiedendo maggiore sobrietà. Tutti mortificati, fino a che Pietro Grasso scoprì che Giordano era allergico a pesci e molluschi. Aneddoti come quando tutti aspettavano l’arrivo di Don Masino Buscetta, il grande pentito.
«C’erano centinaia di giornalisti appostati un po’ dovunque per intercettarlo», ricorda la Santilli che era lì come corrispondente, ma lui era già nell’aula bunker dal giorno prima e quando passò davanti alle gabbie coi mafiosi, nessuno fiatò. Cosa diversa avvenne con il pentito Totuccio Contorno, che fu oggetto di un attentato a colpi di kalashnikov mentre si trovava in auto con un ragazzino e a cui avevano assassinato una ventina tra parenti e amici. Al suo passaggio ricevette una marea d’insulti d’ogni tipo da parte degli ingabbiati e quando Grasso chiese a dei mafiosi il perché di tanta animosità, risposero: «Dottò, mentre passava ci faceva le corna di nascosto». Senza dimenticare la nomina di un noto professore storico e linguista dell’Università di Catania come perito linguistico, dopo le lamentele degli avvocati di difesa che non capivano le risposte di Contorno, pronunciate in stretto dialetto siciliano condito di termini gergali mafiosi incomprensibili per i più. Quando il presidente Giordano gli chiese di parlare in italiano, rispose: «No, signor Presidente, italianu unni sacciu! Sugnu zero d’italianu! E comu mi fici matri natura parlo. Si mi capita, quaccheruna ci a’ mettu» (No signor Presidente, l’italiano non lo conosco. Sono zero in italiano e parlo come mi fece madre natura. Se mi capita, qualche parola “d’italiano” la uso).

Pietro Grasso con Bruno Pietrobono

Grasso ha ricordato dell’amara scoperta di una forma di collusione tra poteri dello Stato e potere mafioso, come invece di chi Cosa Nostra l’ha combattuta ed è stato assassinato: a cominciare da poliziotti come Beppe Montana e Ninni Cassarà, magistrati come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, politici come Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Cesare Terranova. Per questo U Maxi: Dentro il processo a Cosa Nostra non solo è un libro che traccia un pezzo importante di storia, della guerra di liberazione dei siciliani onesti contro Cosa Nostra, ma con sfumature ironiche, aneddoti esilaranti e talvolta grotteschi, mette a nudo una parte del nostro Paese, composta spesso da tanti signori “Ma lei non sa chi sono io”.

Dopo la premiazione del Concorso letterario Marco Pietrobono e la sfilata di 400 modelli di occhiali della Linea Damiani, marchio storico dell’artigianato italiano, questo è il terzo appuntamento organizzato presso il “salotto” serale dell’Ottica Fios. La serata è stata organizzata da Gregorio Furfaro (responsabile organizzativo) e da Bruno Pietrobono (Amministratore Fios). Quest’ultimo, padre di Marco, ragazzo di 26 anni morto in un incidente stradale, è promotore dell’associazione senza scopo di lucro Marco Pietrobono ODV nata in ricordo del figlio, che promuove e realizza diversi di tipi di azioni ed iniziative finalizzate a tutelare i diritti delle persone in difficoltà, in ragione delle condizioni fisiche, psichiche, economiche e familiari, con particolare riferimento a giovani e minori.
Anche Pietro Grasso è notoriamente impegnato nel sociale e ha dato vita alla Fondazione Scintille di futuro ETS, un Ente del Terzo Settore nato per promuovere la cultura della legalità, la giustizia sociale e la memoria delle vittime di mafia. Il Presidente è Pietro Grasso, alla guida del comitato scientifico c’è Rosy Bindi e Alessio Pasquini è il direttore generale.

Scintille di futuro prende lo spunto dalla storia dell’accendino che apparteneva a Giovanni Falcone e che dalla sua morte Pietro Grasso porta sempre con sé. Tutto nacque pochi giorni prima di morire quando Falcone, accanito fumatore, decise di smettere di fumare e a margine di un incontro organizzativo a Roma gli diede quell’accendino, con la raccomandazione di restituirglielo se gli fosse venuta di nuovo la voglia di fumare. Falcone sarebbe dovuto tornare con l’aereo di Stato a Palermo assieme alla moglie il 22 maggio 1992, e chiese a Grasso di tornare con lloro. Invece Francesca Morvillo ebbe dei contrattempi nella commissione esaminatrice di cui era membro e decisero di partire il giorno dopo, quello in cui poi morirono nella strage di Capaci. Così Grasso si salvò per puro caso, avendo scelto di partire ugualmente, trovando casualmente un posto in un aereo di linea all’ultimo minuto.
Tutti i proventi della vendita del libro “U Maxi: Dentro il processo a Cosa Nostra” saranno devoluti a suddetta Fondazione.

https://www.feltrinellieditore.it/opera/u-maxi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *