Magistratura senza uomini e mezzi, Giuseppe Meliadò, presidente della Corte d’appello di Roma, magistrato di nascita catanese, lo ha affermato con chiarezza nella relazione d’apertura dell’anno giudiziario. A Roma traffico di droga e criminalità all’arrembaggio mentre la magistratura ha un organico del tutto insufficiente, tanto che i procedimenti giudiziari rallentano fortemente a tutto discapito degli iter che devono stabilire la verità sui fatti e devono farlo con chiarezza nei tempi massimi prescritti.
Giuseppe Meliadò – “A Roma un numero sparuto di magistrati contrasta una criminalità dilagante e migliaia di processi saranno a rischio se non interverranno seri provvedimenti organizzativi per rafforzare la magistratura del distretto in modo che la stessa possa contribuire a rendere il rischio penale un reale deterrente per una criminalità che, nelle più svariate forme, sempre più si espande a Roma e nel Lazio”.
E poi la potenziale paralisi degli uffici, “Si stanno svuotando non solo i ruoli dei nuovi funzionari, assunti a termine con i fondi del Pnrr, ma anche quelli del personale amministrativo di ruolo. Poi le prospettive, non certo fauste, che ne derivano da una delle poche riforme, quella dell’ufficio per il processo, che ha cercato di incidere sul lavoro del magistrato – ha specificato Meliadò – Il problema è come far sopravvivere l’Upp al Pnrr”.
Molto interessante il focus scritto da Valentina Stella per Il Dubbio sugli altri punti espressi da Giuseppe Meliadò.
Sugli effetti delle recenti riforme civili e penali che il legislatore ha varato “con frenesia”, Meliadò ha sottolineato che “è troppo presto per valutazioni conclusive”, ma si possono tracciare alcune linee di tendenza.
“A parità di personale e di mezzi disponibili”, sarà difficile raggiungere gli obiettivi prefissati per il civile, mentre per il penale “la riforma Cartabia poteva osare di più rispetto al vero male oscuro del sistema penale e cioè all’ipertrofia delle sanzioni penali nel nostro ordinamento”. Da apprezzare “le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, la scelta di dare tempi certi alle indagini preliminari e di condurre a giudizio solo i casi in cui il materiale di indagine abbia una consistenza qualificata”. Difficile però ipotizzare grandi cambiamenti nel distretto della Corte di Appello di Roma: “Un arretrato di 46903 processi imporrebbe interventi straordinari, tali da far superare il divario incolmabile con le altre Corti, nessuna delle quali, se si eccettua Napoli, supera le 10000 pendenze”.


I dati comunicati dall’ufficio gip-gup della Capitale disegnano un quadro ben chiaro sul grande carico di lavoro che si riversa sui magistrati romani: nel solo 2025 sono stati 254 i procedimenti per criminalità organizzata piovuti sui giudici capitolini, quasi un nuovo processo al giorno escludendo i festivi. I numeri raccontano anche altro su questo punto.
“Nulla rappresenta meglio la realtà criminale del territorio della situazione dell’ufficio gip/gup della Capitale presso il quale, lo scorso anno, sono affluiti 254 procedimenti in materia di criminalità organizzata, quasi uno al giorno, festivi esclusi, dei quali ben 27 con oltre 30 imputati, con un aumento nel biennio del 30%, e 144 con un numero di imputati ricompreso fra 11 e 30, con un aumento del 10,8%.
La criminalità organizzata si conferma presente nella città di Roma, ma anche nei circondari di Velletri, Latina, FrosinoneeCassino, si intrecciano i reati in materia di stupefacenti, che meritano una particolare menzione per la qualità del fenomeno criminale e per le forme del tutto nuove con cui si realizzano. Per come confermano le più recenti investigazioni, Roma è assediata dal traffico della droga e, attraverso il traffico degli stupefacenti, è assediata dalla criminalità”.
C’è ancora altro che Meliadò ha tenuto a sottolineare, la questione purtroppo in forte crescita dei processi per codice rosso e il dover far fronte a questa situazione per garantire giustizia.
“I procedimenti del codice rosso, incentivati dal progressivo migliore funzionamento degli istituti volti a supportare le denunce da parte delle donne e degli altri soggetti vulnerabili, hanno rappresentato oltre il 30% (549 su 1856) dei procedimenti di rito collegiale trattati nel Tribunale di Roma e il 13% di quelli monocratici, ed ancora che l’ufficio gip/gup ha definito ben 4.379 procedimenti di tale tipologia, rimanendone pendenti 2.826. Enorme è stato l’impatto anche per la Corte di Appello, tanto da imporre la suddivisione di tali processi fra tutte le sezioni penali ordinarie”.